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La linea di confine che separa la ristorazione dal commercio al dettaglio diventa sempre più impercettibile. L’offerta gastronomica la si trova al giorno d’oggi sempre e ovunque: non solo nei ristoranti convenzionali, bensì anche nei negozi delle stazioni di servizio, nelle tavole calde dei supermercati, nei chioschi e ristoranti ambulanti, nelle macellerie e dal fornaio.

Niente da obiettare sulla concorrenza nel libero mercato. Tuttavia è fondamentale che tutti gli offerenti possano contare sulle stesse opportunità! Ciò non succede con l’IVA, poiché il commercio al dettaglio e i take-away godono di un vantaggio concorrenziale rispetto alla ristorazione previsto per legge.

Le pietanze e le bevande analcoliche nel commercio al minuto vengono tassate al 2,5%, mentre nei ristoranti l’aliquota di assoggettamento è pari al 8%, ovvero tre volte tanto. Ciò è scorretto e distorce la concorrenza. Inoltre la differenziazione dell’aliquota, in considerazione delle mutate abitudini di vita, non è più al passo con i tempi.

La nostra iniziativa popolare «Basta con l’IVA discriminatoria per la ristorazione!» non chiede privilegi, bensì solo l’abolizione di un’inaudita ingiustizia. Il pari trattamento degli offerenti nel mercato extradomestico può essere realizzato solo riducendo la tassazione della ristorazione. Ma anche una tariffa unitaria o normale per tutti i colleghi del settore soddisferebbe la nostra richiesta.

Compito della politica è stabilire l’entità delle singole aliquote. L’iniziativa non entra nel merito di questo processo ma chiede solo che la tassazione dei cibi pronti e delle bevande analcoliche avvenga indipendentemente dal luogo del consumo. Ci sono tuttavia buoni motivi per ridurre l’IVA. Adducendo le motivazioni che seguono, si comprende come questa iniziativa abbia una portata ben più ampia della mera riduzione dell’aliquota IVA ridotta per la ristorazione.